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L'OFFICINA DEL DISSENSO

RIAPRE

gianpaolo de pinto

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December 05

MORTO IL TROMBETTIERE DELL'INTER, RARO ESEMPIO DI FAIR PLAY

Il “trombettiere della carica” ora spronerà la sua Inter dal cielo. In un angolo di paradiso nerazzurro, assieme a tanti amici che con lui vissero il periodo più bello della storia della “Beneamata”: Angelo Moratti, Helenio Herrera, Armando Picchi, Giacinto Facchetti, Italo Allodi, Peppino Prisco. Perché Rinaldo Bianchini, l’uomo che per tanti anni ha incitato la sua squadra dalle tribune di “San Siro” con la sua inseparabile tromba, è stato molto più di un semplice tifoso. Con la sua scomparsa, avvenuta lunedì a causa di un male che non perdona, se ne va un altro pezzo di calcio, quello puro e genuino, passionale e sincero.
Nato a Zelo Buon Persico 74 anni fa, e fiero delle sue radici lodigiane, Bianchini si era poi stabilito a San Giuliano Milanese, posizione strategica per raggiungere la sua seconda casa, lo stadio “Meazza”, dove ogni domenica (e ogni mercoledì di coppa) caricava la truppa nerazzurra soffiando a pieni polmoni nella sua tromba, strumento che aveva imparato a suonare nella banda “San Giuseppe” di Melegnano, arrivando poi a esibirsi in svariate orchestra e accompagnando addirittura, per qualche serata, un genio dello swing come il grande Fred Buscaglione. «Ha girato tutto il mondo seguendo la “Grande Inter” - lo ricorda il fratello Franco -. Era molto noto nell’ambiente nerazzurro, con alcuni protagonisti di quell’epoca aveva stretto una sincera amicizia, in particolare con Allodi, Angelo Moratti, Herrera, Mazzola e Facchetti. L’Inter e la tromba erano le sue due grandi passioni: è riuscito a coniugarle diventando un personaggio molto amato». Prima in curva e poi in tribuna, Bianchini ha vissuto da vicino oltre sei lustri di storia interista: fu il primo, nel 1960, a fondare un Inter Club, il primo ad addobbare lo stadio con gli striscioni colorati di nerazzurro. E ovunque andasse veniva accolto con entusiasmo anche dai tifosi avversari: «Nel 1961 seguii una trasferta dell’Inter a Belgrado - si legge in una sua intervista rilasciata al ”Cittadino” pubblicata l’8 luglio 1991 -. Decisi di partire da solo, con la macchina. Arrivato a Zagabria ebbi un guasto, dovetti abbandonare l’auto e prendere il treno, portando con me solo lo striscione che avevo preparato. Il disguido aveva scompaginato tutti i miei piani: infatti arrivai con grande ritardo, con Herrera e tutti i giocatori ad aspettarmi impazienti per andare in pullman allo stadio per la partita. Arrivati, allungai lo striscione e furono gli stessi tifosi della Stella Rossa ad aiutarmi ad appenderlo sulle tribune». Del resto la sua filosofia di tifo era completamente improntata al fair play: «Centomila persone non mi hanno mai fatto niente - diceva -, perché il mio scopo è semplicemente quello di guardare la partita e basta. Tifare significa solo incitare la propria squadra». Cosa che Bianchini ha fatto per una vita, dando fiato e polmoni al suo morbo nerazzurro e diventando un personaggio simbolo, citatissimo da radio e telecronisti (Bruno Pizzul in particolare ne raccontava spesso le gesta) di un calcio forse oggi perduto.
«Lo ricordo con tanta simpatia - dice il lodigiano Giampiero Marini, centrocampista dell’Inter a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 -. In campo noi giocatori sentivamo la sua tromba, come segnale per caricarci o per festeggiare. È stata una persona che ha lasciato un segno importante nella storia dell’Inter». Le note del silenzio per uno degli ultimi paladini del tifo vero verranno suonate oggi pomeriggio alle ore 15 presso la chiesa di San Giuliano Milanese.
 
da "Il Cittadino" quotidiano di Lodi
October 02

LA PRIMA VOLTA "A CASA DI LUCA"

Non avrei mai immaginato di dover incrociare un giorno la mia vita con quel ragazzo che vedevo quasi ogni sabato all'uscita di scuola.

Rincasavo all'ora di pranzo mentre sua madre spingeva la sua carrozzella verso la Ford che avrei rivisto qualche volta parcheggiata vicino il mio garage. Non sapevo come si chiamasse, nemmeno quanti anni avesse e non ho mai pensato di doverlo conoscere. Francamente mi sembrava un pò invasivo il tentativo di presentarmi alla madre, una donna molto giovane, alta, dai capelli lunghi e neri.

Poi una mattina mi arriva una telefonata mentre sono davanti al mio PC. Un mio amico mi comunica che c'è da dare una mano alla famiglia di Luca che ha deciso di dare una svolta alla vita di quel ragazzo da ormai cinque anni costretto ad una sedia a rotelle e da poco meno anche non vedente. Si tratta di metter su un sito internet per avviare una raccolta di fondi che permetta a Luca di affrontare un intervento ed un lungo periodo di riabilitazione negli States.

Non devo pensarci su per molto: so smanettare al computer, un paio di siti li ho creati già, vengo da esperienze forti di volontariato...accetto!!! Appuntamento "a casa di Luca" sabato mattina alle 10.

Faccio di tutto per essere puntuale ma non riesco a non prendermi il mio "quarto d'ora accademico". Suono al citofono. "Mongelli" e mi risponde la stessa voce con cui ho parlato al telefono due giorni prima. Salgo al primo piano e viene ad aprirmi la porta Tina, la mamma di Luca. E' lei, la signora che avevo visto spingere la sedia a rotelle di quel ragazzo fuori la scuola elementare San Giovanni Bosco.

Mi fa accomodare in uno studio, al computer e iniziamo a vedere il da farsi. Luca non è in casa, ma Tina gli ha detto prima di accompagnarlo a scuola che oggi avrebbe incontrato "il tecnico" per la creazione del sito. Beh, io un tecnico vero e proprio non sono ma credo che per Luca potrò essere un buon amico!

 

amicidiluca.com
September 21

DA CAPOEQUIPE A CAPOSTAZIONE

Domenica 2 settembre 2007

“Direzione Varano a sinistra sul binario tronco, il treno per Ancona sul binario1”. “Il prossimo treno ferma nelle stazioni di Osimo, Ancona, Falconara, Fabriano e Foligno”. Saluto urlando queste parole ad un megafono della Protezione Civile gli ultimi pellegrini dell'Agorà dei Giovani Italiani ripartiti in treno.

Alle cinque del mattino la stazione ferroviaria di Loreto mi sembra deserta se non fosse per i due giovani scapigliati che dormono sulle panche della sala d’aspetto. Qui io, capoequipe del comitato organizzatore dell’Agorà che, sulla carta, avrebbe dovuto avere con sé altri dodici volontari, sono solo. Fedele alla distribuzione delle sacche ieri (sabato 1 settembre) ha arginato con soli due volontari l’avanzata del 40% dei pellegrini in via Tersatto, mentre Sergio al punto ristoro del cimitero oltre a distribuire buoni pasto e borse termiche a un numero sconsiderato di giovani arrivati da tutto il mondo ha dovuto anche calmare l’ira del proprietario del campo di finocchi che ha visto il suo terreno invaso da migliaia di “agorini” dai cappelli variopinti. Malgrado i proclami fatti nelle conferenze stampa dei giorni precedenti all’evento i volontari sono meno dei 1300 previsti e meno dei mille annunciati. Siamo poco più di seicento, pochi. Una buona parte di “magliette gialle” inoltre viene impiegata per fare da coreografia agli eventi e per “esigenze televisive” lasciando scoperti i punti di accoglienza dei pellegrini.

Siamo già a metà mattina quando mi raggiungono i volontari e i responsabili della Protezione Civile e iniziamo a smistare, insieme al personale Trenitalia, i primi pellegrini in partenza. Riconosco molti volti arrivati il giorno prima alcuni con lo stesso sorriso, altri stanchi, altri che portano i segni di una notte insonne trascorsa in spianata. Sono tanti i giovani arrivati e diventeranno sempre di più fino a ventiduemila stretti in una piazza che scoppia.

È qui la mia Agorà, alla stazione di Loreto lontano dalla veglia, dalle luci dello spettacolo, dai fuochi pirotecnici del Sabato e dalla messa con il Papa. Lontano dagli obiettivi delle telecamere tanto indurre  mia madre quasi a dubitare che realmente sia a Loreto!

Sono quindici giorni che vivo il villaggio volontari, una piccola città dall’età media incredibilmente bassa e da un tasso di disoccupazione praticamente pari a zero perché ogni mattina ciascuno si sveglia e va al lavoro. Chi alla catena di montaggio per la preparazione dei pasti che verranno dati ai pellegrini, chi all’assemblaggio delle sacche.  Anche qui ci sono gli impiegati al Call Center,  rigorosamente a tempo determinato, c’è la cappella animata dalle suore, c’è un Sindaco e due “assessori”.

È maturato qui l’affiatamento tra i capiequipe dei diversi gruppi di volontari nato nel corso dei moduli di formazione da novembre scorso quando abbiamo iniziato il cammino verso il primo atto dell’Agorà dei giovani italiani. Un gruppo di settanta giovani con la voglia di essere la parte visibile dell’organizzazione di un grande evento che ha portato nella spianata di Montorso mezzo milione di giovani non solo italiani a dispetto del nome.

Il gruppo, la squadra. Concetto abusato nell’ambito sportivo e politico è la forza che permette a noi, giovani volontari con scarsa esperienza, di mettere una toppa quando la macchina organizzativa, collaudata per l’arrivo di trecentomila pellegrini, mostra i suoi punti deboli.

Eccoli qui davanti a me i giovani dell’Agorà. Stanno per ripartire e con il megafono presto la voce agli addetti di trenitalia indicando la destinazione del treno e il binario. Leggo sui volti dei pellegrini in partenza sorrisi complici e grati, gli insoddisfatti ci sono e qualcuno se ne fa accorgere ma ho una parola e un gesto di saluto anche per loro. E ne hanno una anche gli altri instancabili capiequipe che, completato il deflusso a Montorso, hanno deciso di venire ad aiutarmi. 

È stata questa la mia Agorà, che ho rinominato “Agorà dell’ACCOGLIENZA dei giovani italiani”. Dopo l’esperienza di Colonia qui a Loreto, insieme ai miei amici volontari non ho parlato di accoglienza dall’alto di una cattedra, ho accolto. Dall’inizio alla fine. 

May 21

IL RESTO...MANCIA!

Arrivano nella piazza centrale verso le quattro del mattino da vie diverse. È l’alba della domenica e loro sembrano venir fuori dal celebre film di Walter Hill “The Warriors” (I guerrieri della notte, 1979). Non si tratta di bande di teppisti rivali che si scontrano nella metropoli newyorkese, ma di giovani che hanno da poco concluso le (almeno) 10 ore di scuro lavoro nei diversi pub della città. Scuro perché lavorano di notte ma soprattutto in nero. Sono tanti e invisibili. Non hanno un contratto regolare, non hanno garanzie, ma hanno bisogno di quella manciata di euro per pagarsi l’università, la benzina, un libro, un cd o per fare un regalo alla fidanzata. Per avere quella illusoria autonomia all’interno della famiglia che permette loro di fare a meno della paghetta settimanale dei genitori ormai diventata un lusso per pochi e che conta sempre meno beneficiari.

Alcuni servono pinte di birra ormai da anni, altri si muovono tra i tavoli di un pub solo nel periodo estivo; per alcuni (soprattutto studenti) è l’unica fonte di reddito, per altri è l’occasione per arrotondare lo stipendio da precario con qualche euro in più. Cinquanta euro la paga più alta di un giovane che lavora tra i tavoli o nelle cucine di un pub ma pochissimi hanno il lusso di guadagnare tanto. Per la maggior parte dei giovani spillare birra, lavare i piatti o servire pizze e piadine il sabato sera può rendere dai 30 ai 40 euro ma sono molti quelli che guadagnano anche di meno e non mancano casi di ragazzi che nella notte tra il sabato e la domenica lavano centinaia e centinaia di stoviglie retribuiti anche con 15 euro da gente che si fa chiamare con l’appellativo “Signor”.

Chiusi i pub, paga in tasca, la prima tappa obbligata è il bar per la colazione visto che ormai le prime luci dell’alba si distendono sulla piazza in cui i lavoratori invisibili del sabato sera si incontrano con altri giovani di ritorno dalla discoteca o con quel gruppo di amici a cui, qualche ora prima hanno servito una pizza o un boccale di birra. Coetanei che, a volte, seduti al tavolo di un pub di fronte a camerieri giovani come loro che sono lì per fare quello che non sarà il lavoro della vita ma a cui tengono e che cercano di fare al meglio, si lasciano andare ad atteggiamenti poco simpatici, a volte caricaturali e arroganti che non tengono conto della persona che è lì per servirgli una pizza o una pinta di birra.

Nessuno di quelle centinaia di giovani si aspetta che, dopo le inchieste sui raccoglitori stagionali di pomodori, qualche giornalista abbia la brillante idea di pubblicare anche un reportage sui lavoratori invisibili del sabato sera, forse non lo desidera nemmeno perché altrimenti dovrebbe fare a meno anche di quella manciata di euro che rappresenta l’unica entrata nelle proprie tasche. Nessuno di loro però rinuncerebbe al rispetto che è dovuto a chi rinuncia ad un sabato sera con gli amici per essere tra i tavoli, sorridente, a rendere un servizio a giovani che durante la settimana incontra in stazione, alla fermata dell’autobus, in parrocchia, nelle associazioni o nei luoghi di ritrovo dove si è tutti uguali.

April 20

MORTI BIANCHE ROSSE E VERDI

Esaurita la carica gossippara e distolti gli obiettivi dagli scandali di Lele Mora e dagli scatti di Fabrizio Corona, gli organi di stampa fotografano in questi giorni un Paese quasi sconosciuto. L’Italia delle morti bianche e degli incidenti sul lavoro. Morti bianche come la neve che si scioglie sotto i primi raggi di sole; basterà un nuovo scandalo rosa, un altro politico fotografato in situazioni imbarazzanti a far sciogliere il clamore che i dati INAIL a proposito di incidenti sul lavoro stanno sollevando. È il sintomo di un disagio di cui oggi è vittima la nostra società che pare concentrarsi sull’effimero, sulle frivolezze della vita mondana come se ci si debba vergognare di lavorare, di essere sfruttati e di morire per il lavoro.

Un milione di infortuni solo nel 2006, trentamila invalidi permanenti, milletrecento morti. Ne avete sentito parlare? Avete mai visto una bandiera tricolore per un muratore caduto da un’impalcatura, per un operaio tranciato da una macchina, per un contadino cotto dal sole e schiacciato da un trattore? Avete mai assistito ad un funerale di Stato con tanto di parata di uomini politici per una vittima dell’incremento del PIL?

I dati parlano da soli: in Italia si continua a morire sul lavoro come avveniva cinquant'anni fa. Segno che il progresso scientifico e tecnologico troppo spesso non ha trovato valido riscontro in adeguate misure di prevenzione e tutela nei luoghi di lavoro.

In una intervista dello scorso dicembre Mons. Paglia, vescovo di Terni, fa notare come “il lavoro che dovrebbe essere il luogo della manifestazione della dignità dell’uomo, addirittura compartecipe dell’atto creativo per chi crede, e fonte del suo sostentamento, diviene invece luogo di morte e di dolore”.

Non è necessario alla causa del lavoratore parlare solo di morte sul lavoro quanto parlare del lavoro che vuol dire parlare della vita, di come impostare la vita e quindi di come essere felici. Sia nella dimensione personale, sia anche nella sua dimensione sociale, perché non è più possibile pensare al lavoro, senza considerare la famiglia, la società, il proprio paese.

Per questo motivo non servono funerali di Stato o tricolori su casse da morto ma c’è bisogno di un sussulto morale, di creare forme di sicurezza che evitino la morte sul lavoro, di sostenere una cultura nuova della vita e della sicurezza, una nuova sensibilita' verso il mondo del lavoro nel suo complesso, nessun ambito escluso.

February 17

LE STELLE BRILLANO NEL BUIO DI TEHERAN

In tutto sono tre. Tre stelle da portare rigorosamente cucite sugli abiti. Non si tratta di riconoscimenti ma di stelle che equivalgono a giudizi negativi. Una stella significa persona sospetta; con due stelle si è considerati a rischio e l'iscrizione all'università è ritardata e possibile solo se si firma una lettera in cui ti impegni a non partecipare ad alcuna attività politica; con tre stelle si è ritenuti un sovversivo e non puoi nemmeno più iscriverti all'università. È solo l’ultimo sistema di ghettizzazione del dissenso e della protesta imposto nell'Università Amir Kabir di Teheran dal primo ministro Ahmadinejad.

Dopo aver nominato un nuovo rettore fedele al governo, vietato riunioni tra studenti, allontanato professori filo occidentali e imposto regole sull’abbigliamento delle ragazze, l’introduzione delle stelle avrebbe dovuto marginalizzare ogni tentativo di protesta e di dimostrazione contro l’autorità governativa e invece è successo che le stelle sono diventate il simbolo della ribellione e vengono esposte con orgoglio dagli studenti di Teheran che, in occasione dell’apertura del convegno revisionista sull’olocausto, non hanno avuto di timore di fare irruzione nell’aula in cui Ahmadinejad teneva il suo discorso e gridare “Morte al dittatore tiranno” mentre bruciavano sotto i suoi occhi immagini che ritraevano il volto del dittatore.

«Ahmadinejad a morte!», hanno gridato gli studenti, mettendo le virgolette alla loro protesta, perchè il messaggio non fosse frainteso, perchè anche fuori dal loro Paese capissero che c’è un Iran che pensa, elabora e reagisce alla barbarie.

Forse anche loro hanno capito che è venuto il momento di muoversi, che il tempo sta passando e il punto di non ritorno verso il regime teocratico è vicino. Hanno forse capito che l’Occidente è in panne, combattuto tra la difficoltà di aver a che fare con un dittatore scomodo e quella di rinunciare a fare affari con l’Iran, e che il Medio Oriente deve decidersi a prendere in mano il proprio destino, senza aspettare che gli eventi accadano.

Gli studenti sono consapevoli del loro gesto. Ai giornalisti stranieri hanno dato nomi e cognomi e dichiarato che nell’Università delle stelle non c’è davvero nessuna volontà di arrendersi.

Portare le stelle al petto, uscire dalla clandestinità, fare i propri nomi, farsi vedere a volto scoperto.

Gridare perché la libertà da conquistare oggi a Teheran non sta nel parlare liberamente, ma nel farsi ascoltare.

January 13

DIGNITA' SCHIAVA

Sono da collocare senza dubbio tra i rari momenti di buon giornalismo in questi ultimi anni, le due inchieste de giornalista de L’Espresso Fabrizio Gatti il quale si è travestito da immigrato clandestino per vivere una settimana da recluso all’interno di un CPT (Centro di Permanenza Temporanea) e come “Schiavo in Puglia” (questo il titolo dell’inchiesta pubblicata su L’Espresso del 7 settembre 2006). Storie di uomini e donne presi a calci e pugni, in molti contro uno, storie di vigliaccherie nostre autorizzate e commesse di nascosto, contro ogni legge prima che contro ogni umanità. Questo il succo crudele delle inchieste di Gatti che fotografano l’ipocrisia del “Bel paese” in cui il fossato ipocrita scavato da secoli di sudditanza e di abitudine a chinare il capo è ormai colmo. Dove ormai solo chi non vuole vedere non vede, e si rintana nella complicità del suo silenzio.

Storie di clandestini rumeni, bulgari, polacchi, africani alla ricerca di un lavoro graditissimi nelle campagne ma sgraditi in città, ottimi per lo sfruttamento perché non hanno niente da perdere. Hanno già perso tutto e questo i padroni lo sanno benissimo. Tutti lavoratori a nero. A tenerli d’occhio mentre vivono da schiavi in tuguri pericolanti senza acqua, luce e servizi igienici, lavorando dalle sei del mattino alle dieci di sera, pagati dai 15 ai 20 euro al giorno, una rete di caporali spietati che non esitano ad usare la spranga con chi protesta e capaci di uccidere chi scappa dalla prigionia.

Meno di venti euro al giorno il prezzo che deve sopportare un imprenditore per comprare la dignità di un lavoratore clandestino, e lo stesso imprenditore a fine raccolto si metterà in coda per incassare le sovvenzioni di Bruxelles, loro che oltre a fare concorrenza sleale commettono quotidianamente crimini contro i diritti umani.

Insomma, il padronato, il caporalato, che sembravano un ricordo del latifondismo più arretrato, conoscono un revival. Ieri i contadini con salari di sussistenza, oggi gli extracomunitari che magari devono dire anche grazie a chi li sfrutta. Tra l'incudine della criminalità e il martello di non avere nessun tribunale per far valere i propri diritti sociali perché invisibili. E l'impossibilità, pur volendo, di tornare nel paese d'origine perché il “caporale” ha in mano i loro passaporti. Il clandestino schiacciato da un albero e magari invalido permanentemente che farà? Niente. Zitto e lavora al servizio di chi li possiede. Anche se non usa più, forse, lo scudiscio dei mezzadri.

Forse è un pensiero arduo, ma credo che la storia, l’avventura di chi raccoglie pomodori al prezzo della propria dignità, piuttosto che la detenzione abusiva, la privazione di ogni diritto e difesa meriti una medaglia d’oro al valore.

December 19

LO SCIOPERO DEL PRESEPE

Non ce la faccio più, siamo al 14 dicembre e io non ho ancora allestito il mio presepe…o meglio ho un presepe in rivolta. Anarchia in un presepe…si era mai sentita prima una cosa del genere?
Beh, a parte il bue che non vuole più saperne di stare con l’asino ma è in cerca di un’asina (e questo è comprensibile) il resto dei personaggi non vuole saperne di disporsi per accogliere la nascita di Gesù bambino.
Il più agguerrito tra tutti è senza dubbio San Giuseppe investito del ruolo di sindacalista dai colleghi artigiani. Già, questa finanziaria proprio non gli va giù e ha radunato tutti gli artigiani e liberi professionisti del presepe, calzolai, falegnami, barbieri, osti e locandieri proclamando sciopero ad oltranza dal primo dicembre al sei gennaio.
Una mia amica l’ha definita mancanza di responsabilità da parte di San Giuseppe…beh, al centro della scena e sciopera! E i pastori che dovrebbero fare?
Non parliamo dei pastori! Anche loro in sciopero…come sempre contro le quote latte!hanno deciso di andare a piedi a Bruxelles e di portarsi insieme le pecore, quindi niente pastori e niente pecore!

Chi mi rimane? Maria e il Bambinello….magari!
In sciopero anche le donne…sono stanche di andare alla fontana e caricarsi sulla testa anfore piene d’acqua, uscire di casa all’alba per fare il bucato, fare lavori pesanti e così sono andate da Maria e le hanno chiesto di farle da rappresentante perché ovviamente ha più visibilità. “che i nostri lavori li facciano gli uomini, da oggi adotteremo ogni forma di protesta” urlava Maria rivendicando la parità tra uomo e donna.
...alla fine credo che preparerò un pò di paglia sul mio comodino e il 24 notte ci farò nascere sopra gesù bambino! almeno lui non dovrebbe dare fastidio!!! O meglio, di motivi per scioperare ne avrebbe anche lui...però credo che sia troppo piccolo per capire che avrà da percorre un calvario chiamato precarietà, che da grande non avrà mai una pensione e allora starà calmo al suo posto.
Già, però basta che la notte non dia troppo fastidio, io non è che abbia tutta questa voglia di svegliarmi per dargli il latte e cambiargli il pannetto. Dal momento che Maria non ci sarà!
December 11

SICURO PRECARIATO

C’è chi a trent’anni lavora in uno studio d’avvocato ma “arrotonda” facendo il cameriere, chi fa il part-time da ormai troppi anni, chi rimane stagista a vita, chi lavora in quelle agenzie web che qualche anno fa sembravano il futuro ed oggi sono un presente drammatico, chi vive flessibilità di ogni genere, chi vive accanto al cellulare perché aspetta un lavoro a chiamata. C’è l’operaio che da tre anni rinnova contratti di tre mesi. C’è chi si laurea in economia e commercio e guadagna un’elemosina in un call center e poi loro, gli insegnanti, che magari ai concerti di Vasco Rossi urlano tutto il loro desiderio di avere una vita spericolata e la mattina successiva sperano in silenzio di guadagnare milletrecento euro al mese lordi attraverso un concorso per diventare professori ordinari. Non sto parlando dei protagonisti di un nuovo reality show, ma della realtà, di una condizione in cui oggi migliaia di giovani si trovano a vivere, sgomitare, tentando di farsi le scarpe. Uno contro l’altro. Parlo di quell’esercito di precari in cui il sottoscritto sta per arruolarsi. Qualche mese fa li definii “devoti di San Precario” perché non sanno se il 1 maggio avranno mai il diritto di festeggiare “San Giuseppe lavoratore”. Sto parlando di persone vere, mai raccontate, a cui Samuele Bersani ha dedicato una canzone, dal titolo inequivocabile “Sicuro precariato”, nella quale il cantautore fa emergere le difficoltà non solo economiche ma psico-sociali di un insegnante che vede riflessa la sua condizione di precario nella vita quotidiana, nel privato. Ed è proprio dal quotidiano che il precario cerca di fuggire, stritolato dal circuito della vita al dettaglio scandita da contratti mensili (o se va bene trimestrali) che non ti permettono di alzare il tiro delle previsioni per il futuro. È anche per questo che molti, anche a quarant’anni, continuano a vivere a casa dei loro genitori. Lo faranno anche quando saranno cinquantenni. Fino a quando i loro genitori non moriranno ed allora potranno ereditare la casa. La loro prima casa.

 

 

 

SICURO PRECARIATO

Quanto sopravviverò nel mio ruolo di supplente?
Non credo sarà facile per me
arrivare all'ultima ora indenne agli attacchi, resistente
La verità? C'è una novità: ho qualcuno che mi ascolta
che mi domanda "allora da che pagina a che pagina 'sta volta?"
ma chi ha la luna storta dichiara apertamente "lei non conta niente..."

Ti spiacerebbe passarmi del sale? Sul primo canale c'è un gioco impossibile
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Se porti giù il cane c'è il vino da prendere

Io sono un portatore sano di sicuro

precariato
e anche nel privato resto in prova
e ho un incarico a termine lo so
ma ho molta volontà, non c'è pericolo...

Figli della polvere raggrumata sotto ai banchi
anche per oggi non vi interrogo
ho saputo già dal preside e dagli altri
che vi siete alzati stanchi
ma è l'ultima possibilità che ho di chiedervi un piacere
vorrei sapere chi mi imita e perchè
non ne posso anch'io godere
una volta sola prima di lasciare
anche questa scuola

Ti spiacerebbe passarmi del sale? Sul primo canale c'è un gioco impossibile
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Se porti giù il cane c'è il vino da prendere

Noi siamo portatori sani di sensi di colpa
e sulle mani abbiamo segni di medusa
io ho il sospetto che non se ne andranno via
ecco un esempio di eterna compagnia...

November 30

SVEGLIA!!!

“Nullafacenti”. “La molle gioventù”. Ecco come Giampaolo Pansa, giornalista anziano e non sempre simpatico, definisce la mia generazione nell’articolo “Chi non lavora fa meglio l’amore” pubblicato lo scorso 7 settembre sul numero 35 del settimanale L’Espresso. Giovani che imparano da ragazzi che è da furbi non faticare, che vanno a scuola per scaldare il banco, che non sanno scrivere, che vanno tenuti fuori dall’Università “con le verghe di ferro”. Al contrario descrive la sua generazione come quella che ha iniziato presto a faticare, ha frequentato “scuole rigorose con insegnanti severi, implacabili”. I suoi professori e quelli dei suoi amici erano molto esigenti, e spietati e le loro tesi di laurea erano roba di prima mano”. Rabbia, orgoglio, spirito di appartenenza ad una generazione colpita dalla penna di un giornalista stavano per indurmi a scrivere una mail infuocata al caro Giampalo Pansa, mentre, riflettendo bene sulla mia generazione, mi rendevo conto che non avrei saputo argomentare il contrario di quanto il giornalista afferma nel suo pezzo. Mi veniva in mente il siparietto di Benigni che volendo scrivere una lettera a Berlusconi per ringraziarlo di tutto quello che di buono aveva fatto in cinque anni, non riusciva a scrivere altro che “Caro Silvio virgola”. Rendiamoci conto di quel che siamo, di come studiamo di quel che ci piace fare, guardare. Sono sempre meno i giovani che leggono, si informano, pretendono un’informazione completa, obiettiva. Affolliamo la Feltrinelli ma ci accontentiamo di leggere la paccottiglia che va di moda, bastano pochi click per conoscere il mondo ma il filtro televisivo ci basta. Diciamocelo chiaramente, siamo sufficienti quando ci accontentiamo di studiare dagli appunti dei compagni di Università senza metter piede in una biblioteca, senza aggredire la materia facendola nostra. Molti di noi sono parcheggiati all’Università in corsi di laurea che danno solo uno sbocco verso la disoccupazione perché a casa si sta bene. Ci accontentiamo, insomma del Bignami della vita senza provare ad aprire la mente verso nuove conoscenze e nuovi saperi. Non vorrei commettere lo stesso errore di Pansa che fa di tutta l’erba un fascio ma, fatte le dovute eccezioni, la realtà è questa e prima che la nostra “molle gioventù” divenga molle maturità e poi molle anzianità ci conviene darci una scossa che ci desti dal torpore in cui siamo caduti considerando anche che, mi perdoni Pansa, a molti grandi conviene tenerci addormentati.

September 06

cambio indirizzo

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June 22

DAI "COGLIONI" AGLI INDEGNI

Ci risiamo. Dopo aver apostrofato come "coglioni" gli elettori di centro sinistra e tutti quelli che quando vanno a votare lo fanno senza mettere la mano sul proprio portafoglio nella campagna elettorale in vista del 9 aprile, il Cavalier Bandana torna a dispensare anatemi contro chi la pensa in modo contrario da lui e dai suoi.
Questa volta è toccato a quanti domenica prossima al referendum metteranno una croce sul NO. "Indegni di essere italiani" è la sentenza del Caimano che ha radunato il suo popolo somministrandogli nuovamente la minestra riscaldata del terrore comunista, dei brogli elettorali e del governo delle tasse.
Insieme al Bandana sul palco c'era Calderoli (certo che vedere un odontotecnico alle prese con la riforma costituzionale è comico un bel pò), il quale in pieno delirio secessionista si è rivelato ai presenti affermando con forza "Io sono un secessionista" e giù ad inveire contro il governo e i suoi esponenti prescrivendo, da odontotecnico, un trattamento sanitario per Prodi e la somministrazione di diossina per il Presidente della regione Calabria Agazio Loiero. Ha avuto tempo anche per difendere il detenuto Vittorio Emanuele, la tesi difensiva, enunciata con il solito disprezzo per le donne soprattutto se immigrate, era "Meglio farsi una valletta che una banca". Certamente non il massimo per chiunque si cimenti con l'attività forense.
Ovviamente quello in cui si sono esibiti Berlusconi e Calderoli (ma AN e UDC dov'erano?) era il solito grande spot subdolo e demagogico che faceva leva sull'ipotesi di una riduzione del costo della politica solo se vince il SI grazie alla riduzione di parlamentari e senatori.
Ovviamente si tratta di un inganno visto che non si fanno i conti con le nuove competenze di cui saranno responsabili e che dovranno soddisfare le regioni e visto anche che è stato il centrosinistra a proporre il dimezzamento dei senatori e di portare a 400 i deputati a partire già dal 2011 e non dal 2016 come vuole questa paccottiglia pasticciona oggetto del referendum. Non solo, la propaganda tenta di sviare dallo sfascio che verrebbe alle istituzioni e alla Carta Costituzionale dalla vittoria del NO. Perché la demagogia può fare effetto in una campagna elettorale distratta, ma una Costituzione dovrebbe durare decenni: e qui si smantellano gli equilibri tra i poteri della Repubblica, si crea un potere assoluto del premier che riduce il Parlamento a vassallo e il Capo dello Stato, come ha detto Scalfaro, a un attaccapanni.
Non ci resta che andare a votare compatti e convinti NO per dare intraprendere un percorso verso una riforma della Costituzione e delle Istituzioni che sia il frutto di una discussione comune e condivisa e non una scure che si abbatte sul nostro paese per dividerlo lacerandone la Costituzione e le Istituzioni in un clima di caos permanente.

June 01

Per l'occidente e l'oriente per il sud e per il nord

Pubblico di seguito l'invito di don Paolo Farinella a sottoscrivere il suo "controappello" a quello del senatore Marcello Pera che cerca a tutti i costi una guerra di religione tra l’occidente e l’oriente, strumentalizzando ancora una volta il cristianesimo come religione di parte.
Vi invito a leggere e firmare indipendentemente dalla vostra religione o dal vostro ateismo.
 

CONTRO APPELLO

PER L’OCCIDENTE E L’ORIENTE PER IL SUD E PER IL NORD

Una risposta laica e cristiana al sen. Marcello Pera

Sabato 04 marzo 2006, il sen. Marcello Pera viene ricevuto in udienza privata dal papa Benedetto XVI. L’udienza di trentacinque minuti, tempo riservato ai capi di Stato, è catalogata come visita «privata», ma gestita con il protocollo di quelle «ufficiali». Il senatore presenta al Papa, di cui si vanta privilegiato referente politico, il suo saggio-manifesto «Noi, loro e il Papa» edito dalla fondazione Magna Charta di cui Pera stesso è presidente. In quel «loro» del titolo c’è la lista di proscrizione degli intellettuali che non si adeguano alla tendenza neo-teo-con del senatore.

Contemporaneamente in compagnia di un centinaio di rappresentanti della società civile e di parlamentari di destra, il senatore Pera diffonde in rete un sito di adesioni al suo appello «Per l’Occidente forza di civiltà. Le ragioni del nostro impegno»,in cui di fatto identifica la «civiltà» con la prospettiva ideologica della destra che ha governato l’Italia negli ultimi cinque anni. L’appello è un attacco all’Europa in crisi… stanca…. e assente contro la minaccia esterofona, in specie arabo-musulmana; gli Stati Uniti d’America sono assunti come modello, metodo e fine; l’Europa è espressamente invitata a diventare più americana se non vuole smarrirsi del tutto. Per rispondere al fondamentalismo di matrice musulmana, si fonda un nuovo fondamentalismo di ibrida natura: laico, cattolico, occidentale (cf sito: http://www.perloccidente.it/).

Il senatore Pera è «recidivo». Il 30 agosto 2004 in una intervista a la Repubblica aveva lanciato il pre-segnale di guerra contro i leader europei che «vedono e sanno, ma i più non parlano e non agiscono», mentre «alcuni fuggono, altri fanno capire che non è affare loro, o pensano che sia colpa dell’America che se l’è cercata e ben le sta se non riesce a cavarsela». Lo zelo sacerdotale per la salvezza europea lo porta anche contro «una grande parte del clero» che «tace o marcia per la pace come se non fosse affare suo difendere la civiltà europea cristiana» (sic!). Il senatore suggerisce anche il metodo: «Serve un patto su larga scala… dobbiamo avere una strategia comune… Le sedi sono quelle internazionali, in primo luogo l’Onu e l’Unione europea» che, secondo lui, devono assumere il verbo statunitense come pedagogia per la lotta senza quartiere a quella che Oriana Fallaci chiama sprezzantemente «Eurabia». In risposta al card. Raffaele Renato Martino che si dichiarava favorevole all’insegnamento del Corano nelle scuole italiane, il senatore in una intervista su «La Stampa» del 10.03.06 torna ad accusare «una fetta della Chiesa troppo timida nei confronti dell’Islam».

L’appello del senatore è una chiamata alle armi, una conta tra chi è contro di lui e chi sta con lui: sullo stile apocalittico di Oriana Fallaci, bisogna prepararsi alla guerra finale di Armageddon tra i buoni e i cattivi, l’occidente e l’Islam. L’appello è semplice nella forma, ma nella sostanza è un atto eversivo della Carta costituzionale in vigore e un tentativo di trasformare il cristianesimo in religione «dei valori» o religione civile a servizio della prospettiva politico-economica (e sociale) di stampo statunitense che va sotto il terribile neologismo di «neo-teo-con»: i nuoviteorici [o teologi?!] conservatori che ripresentano in termini apparentemente nuovi vecchie politiche neo-colonialiste di conquista del mondo, dei mercati, delle persone.

L’obiettivo dell’appello è colpire al cuore l’Europa che si vorrebbe teoricamente fondata sui «valori giudaico cristiani», mentre di fatto si nega l’atto costitutivo di questi «valori» che poggia sull’accoglienza, sull’universalità, sul concetto di «salvezza» aperta a tutta l’umanità. Il cristianesimo, per sua natura e statuto, è xenofilo perché il messaggio evangelico può esistere solo in quanto proposta universale. O non è. L’Europa è citata tre volte nell’appello «perino»: due volte in contesto negativo e la terza come auspicio generico [dovuto!] di fedeltà allo spirito dei padri fondatori. Quanto alla religione il senatore non dice ex professo che l’Europa e il Cristianesimo coincidono come civiltà, ma questo concetto è l’humus di fondo in cui si muove tutto l’appello.

 
May 30

Analisi post voto

Eccomi ancora a fare una nuova analisi post-voto.
E' più semplice di quanto farebbero credere i toni trionfalistici provenienti sia dal Condominio delle Libertà, sia dall'Unione. Un dato è chiaro e indiscutibile: il centrosinistra ha vinto, il centrodestra ha perso. Proviamo a capire i motivi della conclusione cui sono giunto.
 
1. LA SICILIA. Si tratta dell'unica regione in ballo in queste elezioni, una regione tradizionalmente di destra con un Presidente mafioso che in queste elezioni ha perso ben 13 punti di consenso. Se infatti i partiti della CdL arrivano quasi al 60% il Presidente si ferma a poco più del 52! Cosa è successo? E' chiaro che buona parte degli elettori di centro destra hanno preferito alla figura mafiosa di Cuffaro quella pulita di Rita BORSELLINO che raggiunge il 41% di consensi superando le più rosee previsioni. Insomma una vittoria per cui i colletti bianchi del centro destra possono solo sorridere a denti stretti , una sconfitta che per il centrosinistra può aprire una nuova stagione di impegno
 
2. LE PROVINCE. La situazione pre-elezioni vedeva un pareggio con quattro regioni per il CS e quattro per il CD. Dalle urne esce una nuova situazione con il centro destra che perde la provincia di Reggio Calabria e il centro sinistra che conferma Campobasso, Ravenna, Lucca e Mantova. Quindi sostanzialmente un 5 a 3 per il centrosinistra. VITTORIA DEL CS
 
3. I COMUNI. Per quanto riguarda i comuni capoluogo anche qui la situazione alla vigilia delle elezioni era di parità. 13 comuni al CD, altrettanti al CS. Ad oggi abbiamo un 14 a 4 per il centrosinistra con cinque comuni che attendono il ballottaggio e altri tre in cui le elezioni sono state rinviate. Ai quattordici comuni già conquistati dal Centrosinistra bisogna già aggiungere i comuni di Salerno e Catanzaro dove il ballottaggio vede entrambe i candidati appartenenti all'area di Centro sinistra. Ad aggravare la sconfitta del centrodestra poi si aggiunge il fatto che sostanzialmente in tutti i comuni sono state riconfermate le amministrazioni uscenti ma nei quattro comuni in cui si è verificato il cambio di amministrazione questo è stato sempre in favore del Centrosinistra.
Crotone, Benevento, Arezzo e Grosseto infatti sono passati dal centro destra al centrosinistra. VITTORIA DEL CS
 
Una nuova sconfitta per il Cavaliere quindi che rende inconcepibili i toni trionfalistici dei suoi prodi che si affannano a sostenere che i risultati che contano sono solo quelli della Sicilia e di Milano. Le altre città non contano nulla per loro! Converrà ragionare ai Berluscones sulla vittoria per un soffio della Moratti nelle elezioni che hanno segnato il crollo del centro destra a Milano da oltre il 60% a poco più del 50.
Riconfermata la fiducia ad un modo di amministrare e governare di centrosinistra.
Si va avanti in vista del Referendum.
May 22

Affaristi caciaroni e nobili proprietari

Che c'è di nuovo nello scandalo del calcio corrotto e corruttore? Niente. siamo al solito quadro socio economico: il più bel gioco del mondo gestito dalla borghesia delle tribune d'onore, quel misto di miliardari, politici, truffatori, belle donne, attori, giornalisti, che la domenica vanno alla "partita di pallone" come diceva la canzone che piaceva a Togliatti. Siamo nel baratro, abbiamo toccato il fondo, si legge sui giornali. Davvero? Per anni l'ex giocatore e dirigente juventino Giampiero Boniperti ha avuto il diritto di prima scelta sul mercato, tutti i migliori giocatori erano da lui precettati mentre veniva alimentato dagli scribi il mito della Vecchia Signora, dello stile Juventus che era poi una copiatura dello snobismo degli Agnelli, dell'orologio sopra il polsino della camicia, dietro cui ci stavano come sempre i privilegi dei più ricchi e dei più forti. E anche la facoltà di chiamarsi fuori quando le cose vanno male.
Di fronte alle rivelazioni sulle telefonate agli arbitri dei dirigenti della triade Moggi-Giraudo-Bettega, la proprietà e i suoi avvocati hanno mandato avanti il principino Elkann Agnelli a fare un discorsetto che sembra copiato da un Cavour per un Vittorio Emanuele: non siamo insensibili al grido di dolore che si alza dal popolo juventino, siamo al fianco della squadra, cioè pronti a licenziare i tre cortigiani presi con le mani nel sacco.
La borghesia miliardaria padrona del calcio conosce bene il mondo del calcio: attorno al gioco più bello del mondo, attorno ai calciatori professionisti pieni di soldi, ma a cui piace giocare e vincere, si muove un affarismo caciarone e avido a cui le proprietà si affidano per vincere. E i cortigiani affaristi cercano di accontentarle, di giocare sui complessi di sudditanza degli arbitri, di punire e di emarginare i riottosi, di controllare le mafie dei mediatori. La borghesia miliardaria dei padroni lo sa benissimo, incoraggia l'arroganza dei cortigiani, si diverte al cinismo di un Moggi, ha molta considerazione per l'affarismo di Giraudo, ora immobiliarista al Sestriere, ora progettista di uno stadio supermarket a Torino, grande amico dei dirigenti del Milan, stimato da Berlusconi.
Quanti di questi dirigenti hanno votato Forza Italia? Quasi tutti immagino: il loro ideale è un sistema in cui la tradizione sabauda dei gentiluomini torinesi "falsi e cortesi" si mescola al populismo cafone dei milanisti dei supermarket e della televisione, con qualche sentore di mafia.
E come sfondo il popolo passionale dei tifosi pronti a bere ogni favola, ad ascoltare devoti e compunti i baroni juventini con i capelli candidi come gli impresari milanisti con il parrucchino o gli immobiliaristi romani un pò alla Ricucci, o i mafiosi casertani che pensano al calcio per riciclare i soldi sporchi, un giorno nella tribuna d'onore, un altro a Regina Coeli.
Insomma, il mondo divertente e un pò delinquente che manda i figli a imparare dal mercato dei calciatori come si fa a mettere insieme politica e tifo sportivo, metodi gangsteristici e feste per lo scudetto.
Un dirigente del Napoli soccer ha detto che sono troppo vecchio per capire questo mondo. Ma è vero il contrario, lo capisco perchè, essendo vecchio, ci sono passato, ho conosciuto il mondo pittoresco del calcio provinciale, degli allenatori ungheresi che dicevano"prima tre gol e poi accademia", dei formaggiai e salumai comandati dal fascismo a fare i presidenti finanziatori del "fusball" come lo chiamava Brera, cronista sublime che scriveva della signora Moratti, la moglie di Angelo, come di una regina.
Un altro che vorrebbe chiamarsi fuori è l'allenatore dell'Inter Mancini, medita di fuggire in Inghilterra, non sopporta più il letamaio italiano. Ma non si illuda. In tutto il mondo lo sport professionistico e spettacolare è la stessa cosa. Grandissimi atleti e retroscena puzzolenti. Come esige la pubblicità.
 
Giorgio Bocca per L'Espresso
May 15

La Juve vince lo scudetto? PIACERE AL CA22O.

Ho atteso la fine del campionato per scrivere due righe sulla tempesta che ha investito il mondo del calcio italiano. Ho aspettato le dichiarazioni di calciatori e allenatore della Juventus che ieri alle 17 festeggiava il ventinovesimo scudetto. Ho atteso le dichiarazioni di Moggi dopo la partita. Ho biasimato per l'ennesima volta il sempre mediocre Mentana che, come sempre, si dimostrava colmo di timor dei potenti, pavido, timoroso di sbilanciarsi perchè "domani potrei perdere il posto", e si calava ancora i calzoni dopo le dichiarazioni del Moggi dimissionario.
Ho atteso e subito dopo le prime parole di Del Piero e Capello ho cambiato canale e mi son goduto la finale dal Foro Italico Federer vs Nadal.
Non sono proprio in grado di capire come faccia il capitano della Vecchia Signora a festeggiare lo scudetto sotto le curve del San Nicola e poi, nell'intervista, ad affermare convintamente che l'aggettivo da dare a questo scudetto è "MERITATISSIMO". Non sono in grado di tollerare le affermazioni di Capello che dice di essere vicino alla dirigenza perchè ama "questa società". Forse il signor Capello crede che la gente abbia dimenticato con quale ardore, negli anni in cui allenava la Roma, denunciava arbitraggi che puntualmente avvantaggiavano una sola squadra. Quella Juve a cui sarebbe approdato l'anno successivo con un ingaggio niente male.
Mi chiedo se è possibile che il capitano e l'allenatore della Juventus parlino come quei tifosi che ieri al San Nicola hanno festeggiato l'ennesimo scudetto truccato e hanno esposto il deprimente striscione "IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI" senza nessun rispetto per l'altra schiera di tifosi bianconeri che hanno stracciato la tessera del club denunciando palesemente il proprio disprezzo per il modo che ha portato a Torino scudetti truccati e una Champion's League su cui campeggia l'ombra del doping gridando "Noi la Triade non la vogliamo".
E che dire dei milioni di tifosi che da anni ogni domenica allo stadio o alla tele o con "Tutto il calcio minuto per minuto" hanno trepidato, tifato con passione al limite dell'infarto per ogni gol fuori del tempo di recupero, per ogni rigore, espulsione credendo di assistere ad uno spettacolo vero, pulito. Credevamo di trovarci davanti a partite reali e invece stavamo guardando un reality show. Siano della Juve o dell'Inter, del Chievo o della Reggina, tutti i tifosi sono stati ingannati, un inganno che hanno anche pagato. Denaro per gli abbonamenti o per il biglietto allo stadio, denaro per la pay tv, denaro per le trasferte, denaro per le scommesse, denaro per il totocalcio, e per sentirsi parte della propria squadra denaro per i gadget.
Non illudiamoci, non è finita qui, con le indagini e l'interrogatorio di Moggi non si guarisce la malattia del calcio italiano.
Pochi minuti fa sono state diramate le convocazioni per Germania 2006. Dalla lista dei 23 convocati è stato escluso il compagno Lucarelli autore di 19 gol nel campionato appena terminato e capocannoniere del campionato 2004/2005. Al suo posto è stato convocato Iaquinta alla fine di un campionato anonimo con ben 6 delle sue 9 reti segnate su rigore. Tre gol segnati su azione in un campionato sono un bottino scarsissimo per un giocatore da campionato del mondo che fanno di Iaquinta un giocatore sufficiente. Ma dipendente GEA WORLD.
May 08

Napolitano, quel comunista prudente

da Repubblica.it
 
Basta guardare le fotografie raccolte nella sua "autobiografia politica", Dal Pci al socialismo europeo, per rendersi conto che Giorgio Napolitano è stato uno dei protagonisti della sinistra italiana. Eccolo con Togliatti, Amendola, Chiaromonte, Berlinguer, Natta, Occhetto. Ma protagonista in che modo, e con quale stile? Un comunista senza complessi e un socialista senza timori. E nello stesso tempo un uomo delle istituzioni: chissà se Silvio Berlusconi, nelle sue tirate contro il terrore del comunismo, ha dimenticato di essere sceso dal suo scranno, una dozzina di anni fa, per andare a stringere la mano a quello splendido avversario.

Già, comunista sì, ma di classe, come si diceva con un attempato calembour. Il giovane studente sfollato a Padova, dopo i primi bombardamenti alleati su Napoli; il liceo Tito Livio, la libreria Randi dove si potevano incontrare personalità come Concetto Marchesi, Manara Valgimigli, Diego Valeri. Nella formazione di Napolitano, negli studi, nelle amicizie ci sono quelle grazie borghesi che non lo avrebbero mai abbandonato, e che lui non avrebbe mai tradito. Così come l'amicizia sotto il Vesuvio con l'esplosivo Curzio Malaparte e con giovani intellettuali come Maurizio Barendson, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, fu il tramite con una élite culturale con cui Napolitano si sarebbe sempre ritrovato.
 
Lui, il destro. L'anti-ideologico. Perché per l'ideologia c'era Pietro Ingrao, con il suo luxemburghismo corrugato. Napolitano era l'europeo. Probabilmente il suo vero punto di svolta, o di blocco, fu negli anni Ottanta, allorché molti impazienti nel Pci guardavano a lui come il possibile navigatore fuori dalle secche del berlinguerismo. Lo sfondo era lo scontro politico e genetico con Bettino Craxi, e Napolitano confessò a L'Espresso i propri dubbi sull'aureo isolamento del Pci: "Abbiamo tardato a comprendere che il Psi coglieva problemi reali di rinnovamento della sinistra, del suo bagaglio ideale e programmatico, del suo insediamento sociale". Eppure nelle aree del comunismo empirico e migliorista, in Emilia e in Toscana, ci si sarebbe aspettati qualche iniziativa più coraggiosa e puntuale, una posizione meno pensosa.

Deputato dal 1953, presidente della Camera negli anni d'inferno 1992-94, sotto la mareggiata di Tangentopoli, sempre esente da furori giustizialisti, ministro degli Interni con Romano Prodi. Ma anche sempre più proiettato verso l'orizzonte europeo, sulla scia dell'impegno con il Pci di Altiero Spinelli. "Fece scalpore - ha scritto nelle sue memorie politiche - il gesto del presidente del consiglio (Berlusconi) che volle venire al mio banco a congratularsi". Era il 1994, e Napolitano nel suo discorso aveva indicato "una linea di confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione". Chissà se quell'episodio ormai lontano, in un clima di scontro oggi anche grottesco, può ancora avere un valore a suo modo di simbolo, di civiltà, di una educazione indubbiamente ascrivibile a quella buona borghesia che aveva scelto il popolo senza cedere nulla del proprio stile.
May 06

PRIMO GIORNO DI CARCERE

Pochi giorni dopo il "primo giorno di scuola" di molti suoi colleghi che per la prima volta andavano a prendere posto nell'aula di Montecitorio, Cesare Previti affronta il suo primo giorno di carcere a Rebibbia dopo la sentenza della Cassazione che lo condanna a sei anni di carcere.

Unanime, ovviamente, l'alzata di scudi dei colleghi parlamentari del corruttore Previti, i quali hanno per cinque anni legiferato unicamente in favore di Berlusconi e Previti, per far crescere enormemente le aziende del primo e far saltare o bloccare i processi di entrambi. Non è difficile ricordare le leggi su Falso in bilancio, Rogatorie, leggi Cirami, Schifani, Cirielli, leggi che inventavano un "legittimo sospetto" nei confronti della commissione giudicante, leggi che accorciavano i tempi di prescrizioni. Ebbene, nonostante tutti questi attacchi la giustizia ha fatto il suo corso ed è giunta ad una sentenza, dato rilevante visto che si erano messe in atto tutte le strategie da regime per impedire ai magistrati e ai giudici di giungere a tale traguardo.

Traguardo importante e carico di un alto valore simbolico perchè la sentenza della Cassazione ci racconta di un malcostume per cui le sentenze a Roma si potevano comprare e vendere se ti chiamavi Cesare Previti e avevi a che fare con giudici che si chiamavano Squillante, Metta o Acampora. Questa sentenza della Cassazione sancisce la vittoria della Giustizia giusta, quella con la G maiuscola che condanna una "giustizia a uso privato", messa in vendita al miglior corruttore.

In tutta questa storia sembra se la sia svignata Padron Berlusconi, tuttavia con la riapertura del Lodo Mondadori si vedrà se questa Giustizia Giusta saprà ancora condannare la sua sorellastra.

April 30

PRIMO MAGGIO

Poichè domani sarò a Roma per il Concertone del Primo Maggio non posso lasciare il mio blog orfano di un intervento proprio sul Primo Maggio.
Per farlo mi servo, come in occasione del 25 aprile, di un pensiero dei Modena City Ramblers che domani si esibiranno sul palco di Piazza S.Giovanni per la prima volta orfani di Cisco Bellotti.
Viva il Primo Maggio, festa dei lavoratori, festa per la dignità dei lavoratori, festa di LIBERTA'.
 
"Viva l'italia. Viva l'italia dei partigiani, l'Italia delle bandiere
della pace, l'Italia dei precari, dei figli degli operai che vorrebbero
potere fare i notai, l'Italia dei ragazzi di Locri che si strappano la
mafia da dosso, l'Italia che manifesta democraticamente e pacificamente
contro le leggi ingiuste, l'Italia del volontariato, l'Italia della
solidarietà, della tolleranza ,l'Italia dell'integrazione sociale.
L'Italia dei contenuti, del pensiero, della cultura. E' questa l'Italia
che vorremmo. Ci piace sognare? Certo, e quando sognamo lo facciamo in
grande. Crediamo in questi valori, valori contenuti nella festa del Primo
Maggio. Ripartiamo da qui!"
Modena City Ramblers
April 29

SI PARTE!

fonte ANSA
 
ROMA - Franco Marini è il nuovo presidente del Senato. Lo ha proclamato eletto, al termine della terza votazione il presidente provvisorio Oscar Luigi scalfaro. A Marini sono andati 165 voti, tre più del quorum previsto. Giulio Andreotti ha ottenuto invece 156 voti. Mentre una scheda era bianca. Hanno partecipato alla votazione tutti i 322 senatori aventi diritto.
Fausto Bertinotti ha raggiunto il quorum richiesto per essere eletto presidente della Camera. I deputati del centrosinistra sono scattati in un lungo applauso quando il conteggio ha evidenziato che era stato superato il traguardo. Bertinotti ha ottenuto al quarto scrutinio 337 voti. La maggioranza richiesta era di 305 voti.
Questo il risultato della votazione letto in Aula dal presidente provvisorio Fabio Mussi. Presenti e votanti 609; maggioranza assoluta dei voti 305. hanno ottenuto voti: Bertinotti 337; D'Alema 100; Gerardo Bianco 3; Berlusconi 2; Cota 2, Cossiga 2; Gardini 2. Voti dispersi 11, schede bianche 144, schede nulle 6.

Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti non hanno preso parte al quarto scrutinio per l'elezione del presidente della Camera.
April 27

Salta il processo contro Silvio Berlusconi. Santo Subito

Questo intervento è dedicato a quanti hanno sempre creduto alla buona fede del leader dell'opposizione Silvio Santo Subito. A quanti hanno creduto che le leggi che fino allo scorso febbraio si approvavano con continui colpi di mano in Parlamento erano per gli Italiani. A tutta la gente onesta che non ha bisogno di leggi che aggirano i processi ma ugualmente hanno creduto alla persecuzione nei cofronti del leader dell'opposizione Silvio Santo Subito. A quanti si strofinano le mani perchè le loro malefatte resteranno impunite, e agli avvocati che si daranno da fare per far si che anche i mafiosi evitino le aule dei processi per continuare a delinquere nella più trasparente disonestà.
 
MILANO - La Corte d'appello di Milano ha respinto tutte le eccezioni, compresa quella sulla legittimità costituzionale della legge sull'inappellabilità, proposte da accusa e difesa. Pertanto per Silvio Berlusconi, prosciolto e assolto in primo grado nel processo Sme, non ci sarà il processo d'appello. (...)

Per quanto riguarda il procedimento di carattere penale il presidente del Consiglio uscente ha dunque goduto dei benefici della cosiddetta "legge Pecorella". La legge stabilisce che, in caso di assoluzione dell'imputato, il pubblico ministero non può più ricorrere in appello, ma solo in Cassazione. Al contrario, se Berlusconi fosse stato condannato, avrebbe conservato il diritto di fare appello e, se lo avesse perso, avrebbe ancora potuto rivolgersi alla Cassazione. Quando la legge fu approvata, nel gennaio scorso, si osservò che la limitazione dei poteri del pm è una grave violazione della parità delle parti nel processo, sancita dalla Costituzione. (...)

(da Repubblica on line 27 aprile 2006) 
 
Le mie più sentite congratulazioni a chi alla fine è riuscito a far in modo che l'imputato Silvio Berlusconi la facesse franca, a tutti i parlamentari del centro destra che per cinque anni si sono calati le braghe davanti agli interessi dell'imputato Silvio Berlusconi, barattando la propria dignità di uomini e di politici al servizio della Repubblica e della Democrazia con una poltrona in Parlamento.
April 25

VENTICINQUE APRILE

MCR - Oltre il ponte
 
O ragazza dalle guance di pesca, o ragazza dalle guance d'aurora,
io spero che a narrarti riesca la mia vita all'età che tu hai ora.
Coprifuoco, la truppa tedesca la città dominava, siam pronti,
chi non vuole chinare la testa con noi prenda la strada dei monti.
 
Silenziosa sugli aghi di pino, su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino discendeva l'oscura montagna.
La speranza era nostra compagna, a saltar caposaldi nemici
conquistandoci armi in battaglia scalzi, laceri eppure felici.
 
Avevamo vent'anni oltre il ponte, oltre il ponte che in mano nemica,
vedevamo l'altra riva la vita, tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo difronte, tutto il bene avevamo nel cuore,
a vent'anni la vita è oltre il ponte, oltre il fuoco comincia l'amore.
 
Non è detto che fossimo santi, l'eroismo non è sovrumano,
corri, abbassati, dai balza avanti, ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano, dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
l'avvenire di un mondo più umano e più giusto, più libero e lieto.
 
Oramai tutti han famiglia, hanno figli che non sanno la storia di ieri,
io son solo e passeggio tra i tigli con te, cara, che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri, quelle nostre speranze d'allora
rivivessero in quel che tu speri, o ragazza color dell'aurora.
 
Avevamo vent'anni oltre il ponte, oltre il ponte che in mano nemica,
vedevamo l'altra riva la vita, tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo difronte, tutto il bene avevamo nel cuore,
a vent'anni la vita è oltre il ponte, oltre il fuoco comincia l'amore.
 
 
Dopo cinque anni di resistenza
buon 25 aprile di LIBERTA'
April 24

L'Italia non cambierà fino a quando la Sicilia non cambierà

dal blog di beppe grillo
 
Oggi l'Italia ha una grande opportunità, una grande persona: Rita Borsellino, per la presidenza della Regione Sicilia. Rita dà fastidio a destra e forse soprattutto a sinistra.
Invito chi mi conosce, chi crede in un nuovo Rinascimento italiano, chiunque voglia un vero cambiamento in questo Paese ad appoggiarla pubblicamente.
Di seguito una lettera da Palermo sulle prossime elezioni regionali.

" A mani nude i magistrati sono stati uccisi, a mani nude poliziotti e carabinieri hanno cercato nei crateri del tritolo i corpi dei loro colleghi, a mani nude preti coraggiosi sono stati abbandonati nelle loro periferie e poi uccisi o trasferiti, a mani nude i giovani coltivano la terra confiscata alla mafia per vedere i loro raccolti distrutti, a mani nude altri giovani vanno via. A mani nude sono morti giornalisti, imprenditori, liberi pensatori.
A mani nude noi donne e uomini siciliani scendiamo in piazza, parliamo con la gente, aiutiamo le donne e i bambini delle periferie, i senza casa, i migranti. A mani nude combattiamo come meglio possiamo la mafia, da sempre.

La mafia che respiriamo nell’aria dalle esalazioni delle eco-mafie, che unge quelle poche monete e banconote che teniamo in tasca, che ospita nei suoi edifici scolastici i nostri figli, che ci cura nelle sue strutture sanitarie; la mafia che fa salire, con l’addizionale del pizzo, il prezzo dei nostri consumi; la mafia che s’infiltra in una compiacente burocrazia pachidermica che porta alla rassegnazione di chi chiede come un favore, in cambio del voto, tutto ciò di cui ha pienamente diritto; la mafia che si annida nell’incuria dei nostri monumenti e nel vigore del cemento abusivo.

A mani nude restiamo soli a perdere battaglie politiche combattute con armi impari, a mani nude restiamo invisibili ai leader del centrosinistra, a mani nude abbiamo individuato la candidata ideale alla Presidenza della Regione Siciliana, a mani nude abbiamo imposto le elezioni primarie per la scelta del candidato della coalizione, a mani nude le abbiamo vinte, a mani nude stiamo cercando di vincere le elezioni regionali. A mani nude la nostra candidata, con una forza angelica e sovrumana, con le armi della trasparenza e dell’onestà, percorre da mesi le strade della Sicilia parlando alla gente da qualsiasi postazione, anche dal tetto di un camion, e lì dove riesce ad arrivare è amata da tutti. La sua faccia pulita e onesta occhieggia dai nostri muri sovrastata dalle gigantografie degli avversari: troppe, troppo grandi, abbiamo soltanto le lenzuola ai balconi per contrastarle.
Potremmo anche perdere se non capirete tutti che la battaglia è di tutti noi. Il mondo ci guarda: giornalisti stranieri giungono qua, incuriositi da queste strane elezioni, rese ancora più emblematiche dall’arresto del boss Provenzano.
MA L’ITALIA DOV’E’?
Che queste elezioni abbiano un significato enorme lo sa il centrodestra, che, infatti, ha dispiegato forze inimmaginabili. La Sicilia è la sua ultima o più forte roccaforte e queste elezioni possono conferire forza, o togliere forza anche alle gambe del neo governo nazionale di centrosinistra. Noi, voi, ci rendiamo conto di questo?
Si perde quando si è soli e soli non vogliamo essere più, si perde quando i nostri leader pensano di poter vincere con i comizi degli ultimi giorni e qualche manifesto per strada. E’ ovvio che non basta e lo dimostrano le nostre sconfitte. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Abbiamo bisogno che voi, veniate in massa a vivere con noi questa primavera di passione politica: leader, dirigenti, movimenti di centrosinistra, intellettuali, artisti, gente di spettacolo, persone oneste. Venite con noi nelle periferie a parlare con la gente, a cantare, a recitare, a tenere comizi in piedi sulle sedie, a sgolarci dai megafoni delle automobili. Se avete il peso per essere ascoltati lanciate appelli pubblici dalle pagine dei giornali nazionali. Altrimenti contattate amici, parenti e conoscenti siciliani, per convincerli a votare per Rita Borsellino e appendere ai loro balconi lenzuoli bianchi con su scritto: RITA PRESIDENTE!."

Palermo, 21 Aprile 2006
Mariadele Cipolla, Comitato XX Settembre per Rita Presidente
April 23

Per il bene dell'Italia

Sono passati quindici giorni dalle elezioni che hanno consegnato il nostro Paese al futuro governo di centrosinistra eppure il nostro caro Silvio Bandana non si convince ancora dell'esito delle urne, non riconosce la vittoria a Prodi e all'Unione, denuncia brogli elettorali "tanti brogli", annuncia ricorso al TAR dopo la sentenza della Cassazione, pretende di ripetere il voto all'estero.
Questa storia mi ricorda tanto le partite a calcio che facevo da bambino sull'asfalto della villetta dietro casa; partite interminabili che andavano avanti fino al "chi segna vince", le partite del "o gol o rigore", le partite che finivano quando vinceva la squadra del bullo di turno. Berlusconi, sulla cui maturità molti (tra cui il sottoscritto) mostrano di aver più di qualche dubbio, sembra un bambino prepotente che vuol cambiare e dettare le regole del gioco mentre la partita è in corso e anche quando è finita e la regola che vuole imporre ora è quella del "si gioca fino a quando vinco io" che tradotto significa "si contano le schede fino a quando le mie sono più delle loro".
Peccato che questo non succederà mai perchè le sue schede sono di meno...ma questo non lo capisce perchè il fanciullino che è in Silvietto ha scambiato le schede elettorali per pacchetti di figurine che ha comperato con banconote da cinquanta euro e di banconote ne ha sborsate tante, ma tante tante.
A questo punto abbiamo un risultato elettorale che non cambierà più e dà un vantaggio all'Unione di pochi Senatori e un Presidente uscente che vuol contare e ricontare le schede. Che fare?
Una proposta può essere quella di regalare le quaranta milioni di schede elettorali a Berlusconi, il quale seduto a un tavolo di Villa la Certosa in Sardegna insieme a Bondi, Bonaiuti e Cicchitto e ai suoi senatori di Forza Italia avrà cinque anni per contarle e, quando finisce, ricontarle di nuovo, mentre Prodi e l'Unione governano e risollevano il Paese senza il problema dei soli due senatori di vantaggio.
Loro a contare e ricontare le schede e Prodi a governare  
Sarebbe sicuramente una buona soluzione PER IL BENE DELL'ITALIA
 
 
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